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Perché si ama?
Ti sei chiesto perché siamo portati ad amare?
Una domanda molto importante a cui gli esseri umani, da animali passionali quali sono, hanno dato le più disparate motivazioni.
Spesso, essendo fortemente antropocentrici, la soluzione è data da un misto di narcisismo ed egoismo, condito con una spruzzata di istinto e un pizzico di conflitto genitoriale. La realtà, come sempre, andrebbe ricercata un po’ più in là.
Come già detto, gli esseri umani sono molto antropocentrici, quindi riferiscono l’intero universo ai propri moti interiori. Chi crede nell’astrologia, chi nell’universo intero come predisposto per la morale umana e così via.
Con un cervello simile è facile, per qualcuno, immaginare che l’amore sia una spinta esclusivamente umana e che, se anche gli altri animali possono provare un pallido riflesso di altri sentimenti come paura e rabbia, è molto difficile per non dire impossibile che provino amore. Allora, perché si ama?
Inutile dire che così non è. Il problema del “perché si ama” resta aperto. Forse è la categoria “animali” con cui, gli arroganti umani, classificano tutto ciò diverso da loro, mettendo in un unico calderone mosche, salmoni, elefanti, cani e millepiedi.
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Non ci vuole molto a capire che un cervello complesso come quello di uno scimpanzé non può essere assimilato ad esempio a un moscerino, con tutto il rispetto per quest’ultimo. Potremmo quindi pensare che gli scimpanzé, essendo a noi più simili, provino “meglio” i sentimenti come l’amore rispetto a un ratto.
Ma la complessità del cervello, a differenza di quanto noi possiamo mai pensare, non è in questo caso la risposta. L’intensità dei sentimenti, caso mai, dovrebbe essere invertita rispetto alle dimensioni cerebrali, dato che un grosso cervello ha altre funzioni oltre agli istinti.
Per nostra arroganza dividiamo i sentimenti in due parti: nobili, come l’amore e la compassione, e ignobili come la rabbia e la cattiveria. Noi siamo ricettacoli di quelli nobili, mentre gli altri animali (non a caso detti “bestie”) di quelli ignobili. Anche qui le cose non vanno per niente così. I sentimenti “nobili” non hanno infatti la stessa origine, né come evoluzione né come zona del cervello, proprio perché le loro funzioni sono diverse.

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Cosa origina l’amore?
Concentriamoci quindi sull’amore: cosa lo origina? Quali creature lo condividono con noi? Come lo classifichiamo?
Prima di tutto dobbiamo distinguere di quale amore si parla qui. Si intende quello vero, quello per così dire immortale, cioè quello che lega i figli ai genitori e viceversa. Gli animali che allevano i propri figli provano qualcosa di simile a quello che noi definiamo “amore”. Non si tratta dello stesso identico sentimento, ma questo non per complessità del cervello quanto per funzionalità.
Chi ha un cane sa bene che quest’animale è disposto a tutto per il proprietario e lo “ama” in modo incondizionato. Chi ha un gatto invece lo considera molto più freddo e distaccato, quando invece è proprio quest’ultimo a provare una forma di amore molto simile alla nostra (momenti belli e meno belli). Il cane non ama come noi ma in modo molto diverso, al punto da morire se il proprietario muore.
Cosa accomuna queste due creature? Proprio l’allevamento. Gli animali capaci di amare sono quelli in cui tale sentimento ha un senso, ovvero in chi si deve preoccupare per la propria discendenza al punto da occuparsi di lei, in certi casi fino a morire per essa.
Etologia
Qui occorre un’altra differenziazione etologica. Gli animali si riproducono secondo due modalità: semelpari e iteropari.
- Semelpari: si riproducono una sola volta nella vita e muoiono senza vedere i propri discendenti (molluschi, molti insetti, salmoni). Nessuno di questi prova amore nel nostro concetto, anche se si sacrifica per le uova.
- Iteropari: come noi, non muoiono alla nascita dei figli, anzi sono necessari al loro sviluppo perché li proteggono e li nutrono. Questi animali dovrebbero quindi provare il concetto di amore.
Solo le specie che allevano provano amore, anche verso i propri consimili. Chi non ha questo comportamento non ha neanche l’altro, poiché sarebbe del tutto inutile. Nulla c’entrano quindi complessità del cervello, morale o concetti: il comportamento è la risposta a questo modo di agire.
(Articolo a cura del dr Antonio Meridda)
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Fabio Pandiscia
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