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I Giapponesi e la comunicazione efficace

Giappone e comunicazione

Foto di Manuel Cosentino su Unsplash

I Giapponesi e la Comunicazione Efficace

Siamo portati a credere che i giapponesi e la comunicazione efficace siano in stretto rapporto. Ma è proprio così?

Spesso riceviamo nozioni su come i Giapponesi sappiano comunicare, organizzarsi o educare meglio di noi. Sebbene l’educazione civica sia innegabilmente superiore, il resto va passato bene al setaccio!

Kaizen

Il concetto di Kaizen (改善), coniato da Masaaki Imai, significa “cambiamento in meglio” o “miglioramento continuo”. Un principio bellissimo, ma spesso difficile da applicare nella nostra cultura aziendale.

Da loro funziona, da noi meno

In molti hanno provato a esportare il metodo giapponese, ma pochi ci sono riusciti. In Italia, specialmente nelle PMI, il coinvolgimento totale dei dipendenti scontra spesso con una mentalità diversa.

Ricordi il celebre video di Marchionne sulle ferie? Vale più di mille parole per spiegare la “mente media” di molti contesti lavorativi nostrani:

Cosa possiamo imparare davvero?

Certamente il concetto di armonia e stabilità. “In armonia si raggiungono gli obiettivi”. Le aziende giapponesi puntano alla sopravvivenza nel lungo termine, garantendo il lavoro per tutti, a differenza del modello anglosassone orientato al profitto annuale.

Per riuscirci, si servono di una comunicazione eccezionale. Investono massicciamente affinché ogni dipendente capisca la strategia. Il principio base è: “se il destinatario non capisce, è il mittente che non ha spiegato bene”.

In questo campo sono maestri nel far passare per oro anche ciò che non luccica. Sia nel bene, che nel male.

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Il potere delle parole: Trasformare la realtà

Noi occidentali abbiamo dei limiti mentali nel cambiare la valenza delle parole. Un giapponese può trasformare una realtà atroce in un concetto accettabile grazie a eufemismi geniali. Ecco tre esempi storici scioccanti:

1. Da “Prostituta” a “Donna di conforto”

Comfort Women

Il termine “Donna di conforto” (ianfu) è un eufemismo che maschera la schiavitù sessuale inflitta a circa 200.000 donne durante la Seconda Guerra Mondiale. Un termine “gentile” per coprire una tragedia immane.

2. Da “Massacro” a “Incidente”

Il Massacro di Nanchino, uno dei crimini di guerra più brutali della storia, nei libri scolastici giapponesi viene spesso definito semplicemente come un “incidente”. Un termine molto più digeribile, che neutralizza l’orrore dell’accaduto.

Nanchino

3. Da “Cannibalismo” a “Prevenzione di onorata sepoltura”

Di fronte ad atti di cannibalismo documentati contro i prigionieri di guerra, la comunicazione ufficiale giapponese trovò una formula incredibile: “Prevenzione di onorata sepoltura”. Quando la legge non tratta specificamente un crimine, la parola giusta può nasconderlo.

Non fraintendetemi

Con questo non voglio sminuire la cultura giapponese, ma invitare a non idealizzare troppo altri Paesi. Nessuno è perfetto e ogni popolo ha i propri scheletri nell’armadio.

Soffermiamoci su ciò che c’è di positivo: la comunicazione è fatta di empatia e tecniche. Sta a noi usarle con etica per migliorare la nostra vita quotidiana.


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Fabio Pandiscia

A presto,
Fabio Pandiscia
Founder – The Silent Edge | Formae Mentis

Tags
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