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Credenze

Ho ragione io, il resto non conta

giusto o sbagliato
Foto di Andrea De Santis su Unsplash

Avere ragione conta più di tutto il resto? Pare di sì.

Quanto meno, così pare pensare la nostra parte più istintiva.

Esponiamo i fatti. Il nostro cervello esiste per proteggerci, per farci sopravvivere.

Svolgere questo compito è piuttosto arduo, quindi è equipaggiato non solo di ottimi sistemi di previsione, di analisi, di logica e in poche parole di una raffinata intelligenza.

Ha anche un potentissimo alleato: sé stesso.

FAQ linguaggio del corpo
Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash

Come sarebbe la nostra vita se dubitassimo di continuo delle scelte fatte?

Non potremmo fare praticamente niente!

Questo diventa infatti paralizzante per molte persone, che piuttosto di fare scelte azzardate (importanti ma di cui mancano elementi decisivi per essere sicuri) preferiscono rimanere immobili in attesa, confidando che la situazione si risolva in qualche modo senza dover decidere.

Per evitarlo, l’evoluzione ha elaborato un trucco complesso e molto utile, ma che talvolta si rivolta contro di noi: il principio di “avere ragione”.

Ovvero, quando facciamo una scelta qualsiasi, il nostro cervello ci convince di aver fatto la scelta giusta.

Questo genera un effetto pericoloso nella società moderna, cioè perpetrare un errore anche se ci viene dimostrato il contrario.

L’orgoglio personale nega questa possibilità, e preferisce continuare a sbagliare piuttosto di correggere il proprio pensiero. L’avere ragione è quindi per noi fonte di piacere, di autostima, di appagamento.

 

L’aver ragione

Naturalmente non tutti siamo così.
Il pensiero scientifico ha come base il principio “valido fino a prova contraria”, che però non sempre è facile da applicare.

Anche perché all’errore, molti godono nel sottolinearlo.
Quindi se si ammette di aver sbagliato si è anche ricoperti di “te l’avevo detto!”, “visto?”, “non capisci niente” e così via. Mazzate per l’autostima di chiunque!

Ma quanto il bisogno di aver ragione è forte?

Per trovare una risposta, degli scienziati hanno fatto delle prove, che si sono poi rivelate illuminanti.

Nella prima, sono state mostrate a dei volontari uomini e donne due foto di persone molto simili, ad alcuni uomini ad altri donne.

Si chiedeva loro quale era la foto preferita.

Dopo aver compiuto la scelta, si sostituiva a loro insaputa la foto con quella scartata.

Poi la si mostrava loro chiedendo “perché avete scelto questa?”.

Nessuno mostrò dubbi, nessuno disse “ma ho scelto l’altra”.

Al contrario, diedero tutti spiegazioni più o meno esaurienti, tipo “ha i capelli più brillanti”, “mi piace di più l’espressione”, “ha un viso più gradevole”.

 

Choice blindness

Se non siete convinti, ecco la seconda prova.

In un supermercato, i soliti scienziati fecero un’altra prova.

Presero due barattoli, senza alcuna etichetta, contenenti marmellata dello stesso colore ma dal sapore diverso.

Fecero assaggiare entrambi, chiesero il preferito.
Poi, senza farsi notare, scambiarono i barattoli e fecero di nuovo assaggiare, questa volta il barattolo scartato e basta, chiedendo ancora “perché avete scelto questa?”.

Di nuovo, nessuno ebbe dubbi e spiegò che era più buona, più dolce, più “rotonda” e così via.

Questo fenomeno è noto come daltonismo per le scelte (choice blindness). In pratica è come se qualcuno ci facesse prendere tè e caffè, ci chiedesse quale è migliore e noi scegliessimo il tè.

Poi ci si chiede “perché hai scelto il caffè?” e noi dessimo una spiegazione, senza farci venire il dubbio. Col tè e il caffè non accade, ma con tante altre cose sì.
Questo principio è noto da millenni, Erodoto lo riassunse benissimo nella sua più famosa storia, la volpe e l’uva.

Il nome scientifico di ciò è dissonanza cognitiva.

 

Ho ragione io, il resto non conta
Foto di Milad Fakurian su Unsplash

Dissonanza Cognitiva

Ecco un noto esperimento: a 3 gruppi di studenti fu proposto un lavoro noioso, archiviare dei documenti della biblioteca universitaria.

Al primo gruppo furono offerti molti soldi, al secondo 1 solo € e al terzo fu chiesto di farlo per il bene dell’università.

Nel primo gruppo accettarono quasi tutti, nel secondo quasi nessuno e nel terzo molti accettarono.
Questo perché chi fa volontariato giustifica la propria azione, come chi agisce per i soldi. Mentre chi non riceve ricompense adeguate non lo fa.

L’effetto più interessante però riguarda la seconda parte dell’esperimento.

Fu chiesto a chi aveva accettato di coinvolgere altri studenti nel progetto alle medesime condizioni.

I migliori “reclutatori” risultarono proprio quelli che lavoravano per 1 €!

Così facendo infatti giustificavano la loro scelta, e ne avevano più bisogno degli altri 2 gruppi che invece non avevano bisogno di conferme esterne.

La dissonanza tra ciò che era reale e ciò che si voleva credere non poteva esistere.

Il concetto di dissonanza cognitiva è molto potente, su questo fanno purtroppo leva gli agitatori, i demagoghi, i politici più infami. I fanatici, di qualsiasi gruppo siano, hanno spesso una forte dissonanza cognitiva tra ciò che credono e la realtà.

Chi dice loro che hanno ragione a odiare, a escludere, a pensare male ecc. è da queste persone visto come una sorta di “salvatore” che giustifica le loro scelte.

Faremo un ultimo esempio per indicare la forza di questo meccanismo.

Un tempo si curava l’epilessia tagliando il corpo calloso (corpus callosum), e così separando il cervello in due emisferi distinti.

Questo impediva la comunicazione tra di essi, quindi risolveva il problema in modo drastico e con conseguenze pesantissime.

Ad esempio, questi pazienti non riuscivano a riconoscere un’immagine se non la guardavano con entrambi gli occhi.

Si fece questo esperimento: ai pazienti fu chiesto di guardare immagini forti, come una donna nuda, con il solo occhio sinistro.

Quando si chiese loro cosa avevano visto, dicevano di ricordare solo una macchia confusa. Però si sentivano in imbarazzo.

Quando gli si chiese perché questa sensazione, cercarono una giustificazione al proprio comportamento e dissero cose come “lei mi mette in imbarazzo con le sue domande” o “mi sta fissando in modo strano”.

Il cervello trova sempre una giustificazione, anche a costo di perdere amici, partner, in taluni casi la vita. Non a caso a Napoli si dice “la ragione la tengono i fessi”.

 

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Per approfondire:

M. Piattelli Palmarini “Chi crediamo di essere?”

M. Piattelli Palmarini “Le scienze cognitive classiche. Un panorama”

L. Festinger “Teoria della dissonanza cognitiva”

M.S. Gazzaniga “L’interprete: come il cervello decodifica il mondo”

Tags
autostima,comunicazione,comunicazione non verbale
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